La favola di Alfredo

Se lo spacciatore fa meno rumore. Una favola non ancora a lieto fine.

La favola di Alfredo
© turtaf.deviantart.com

a cura di Daniele Assereto
GENOVA, 30 Luglio 2007
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Lasciate che vi racconti una favola.

C'era una volta... una città, un antico e nobile porto di mare. Questa città era un importante scalo marittimo, e punto d'incontro di commerci in tutto il Mediterraneo. Il suo centro storico era un vero e proprio ricettacolo di culture, e vi si trovavano popolazioni provenienti dai quattro angoli del globo. Poi, col passare dei tempi, quello stesso centro storico degradò sotto gli sguardi indifferenti degli stessi abitanti, fino a diventare ritrovo abituale nonchè casa di spacciatori e delinquenti di ogni risma. La popolazione cercava di sanare quelle zone, ma invano. La soluzione migliore era ancora girare al largo da quelle vie buie, da quelle piazzette sporche, da quei vicoli in cui non filtrava nemmeno la luce del sole.

Innumerevoli, erano stati i tentativi di risanamento. Alcune vie venivano man mano ripulite, abbellite, colorate, ristrutturate. Una di queste era piazza di Santa Brigida, subito sotto quella via Balbi di universitaria memoria. Incastrata tra le oscurità di via Prè ed una volta che faceva da tetto ad una ripida scaletta, piazza di Santa Brigida presentava al suo centro un antico "truogolo", una sorta di insieme di fontane il cui utilizzo oramai risale a tempi di cui nessuno sembra serbare più memoria, come se fosse imbarazzante ricordare le proprie radici culturali. Tra le iniziative messe in atto per risanare la piazza vi era la realizzazione di concerti, più o meno acustici, onde riuscire a far conoscere quell'angolo di Genova a persone che non ne avrebbero nemmeno sospettato l'esistenza, in modo da renderla quasi un punto di passaggio o quantomeno un ritrovo di persone normali. Ma che cos'è, in fondo, la normalità?

Il 28 luglio 2007, in occasione della Tall Ships Night, in piazza Santa Brigida vi era in programma un doppio concerto acustico, chiuso dall'esibizione di Marcella Garuzzo. La sua voce virtuosa, pulita e melodica, unita a suoni di chitarra dalle chiare origini folk e accompagnati da un percussionista che sussurrava quasi le sue parti per non invadere eccessivamente la musica stessa, erano una vera e propria delizia per le orecchie dei presenti. Gli spettatori infatti parlavano a voce talmente bassa che quasi non si riuscivano a sentire tra di loro, per timore di infrangere la magia di quegli istanti e non volendo disturbare l'atmosfera stessa che vi si respirava. Ma ci avrebbe pensato qualcun altro, ad interrompere l'incanto di quei fili musicali che stavano unendo come in una ragnatela sonora le anime di musicisti e pubblico.

Poco dopo lo scattare della mezzanotte, più puntuale di una strega in ritardo per il suo sabba satanico, ecco uscire da un portone una figura incorniciata dalla sua camicia aperta e dal petto in bella evidenza, pronta a scattare in piena direzione del palco, proprio davanti al truogolo. "Dovete smetterla, qui c'è gente che vuole dormire". A poco valsero i tentativi degli organizzatori di spiegargli che avevano tutte le autorizzazioni per poter effettuare quel concerto, e che avrebbe dovuto essere grato di quelle iniziative che servivano per riportare un po' di serenità e civiltà in un quartiere dove, in fondo, era lui che viveva, ed era sempre lui che poteva rischiare la vita uscendo di casa ogni giorno. "Quando c'erano gli spacciatori, almeno c'era più silenzio". Gelo. L'inverno era appena sceso a Genova, in piena estate. Brividi. Tutti i presenti non riuscivano a capacitarsi di aver davvero udito quelle parole, che suonavano più fredde della lama di un coltello bagnato che scorre lungo la spina dorsale. Dall'alto di una finestra, in piena oscurità, risuonò la voce "Alfredo, vieni su, che poi ti senti male!" e tutti gli sguardi si girarono, invano, alla ricerca dell'origine di quei nuovi suoni. Ma oramai era troppo tardi.

La serata era finita, e con essa la magia della musica e le speranze per una Genova nuova, pulita e migliore. Non sempre le favole hanno un lieto fine: a volte, basta un Alfredo e si torna a casa con l'amaro in bocca, come dopo aver bevuto un caffè con due gocce di limone dentro. Smettiamola quindi di raccontarci favole. Il lupo cattivo, in fondo, non esiste. Non più. Ha trovato dimora proprio dentro di noi, e non vuole più saperne di uscire. Si trova bene. Molto bene. Fa caldo, lì dentro. Molto meglio che restare fuori, al freddo. Nonostante l'afa di queste ore, Alfredo è infatti riuscito a far mancare il fiato molto più di un solleone. Ma per porvi rimedio, non basta mangiare leggeri e bere tanto, come suggeriscono certi pannelli luminosi in giro per tuta Genova. Certe realtà, sono più difficili da digerire. Noi non siamo lupi cattivi, non siamo in grado di mangiare in un sol boccone tutto il male del mondo e digerirlo senza piangere. Serve tempo, pazienza e costanza. E chissà che, per allora, le favole non tornino ad avere un lieto fine...

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