Dresda: Pequod

una chiaccherata tra decadenza e speranza

Dresda
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a cura di Alberto Marinelli
GENOVA, 17 Aprile 2009
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Abbiamo incontrato i Dresda nel cuore pulsante della vecchia Genova; tra un bicchiere di vino e uno di birra, una chiaccherata tra decadenza e speranza, tra la fine e l'inizio di qualcosa.

Una domanda di riscaldamento... Com'è nato Pequod, la vostra ultima fatica?

Il disco ha come denominatore comune una base data da idee e letture condivise. Quello che si presenta a chi ascolta è il risultato di un processo di affinamento delle idee e di una scrematura di molte di queste. Molte sono state infatti le idee cestinate, è come se avessimo registrato il disco due volte. Oltre a ciò che suoniamo sono presenti anche campionature di rumori industriali, ad esempio di seghe circolari, catturate nelle officine di Sestri. I nostri riferimenti sono più letterari che musicali, un principio ispiratore tra i tanti è il libro Best Before, di Eugenio Benetazzo, dove il tema di un futuro ai limiti del catastrofico viene palesato con chiarezza e lucidità. Il motore propulsivo che muove il nostro suono è l'idea della fine come inizio, come apertura verso qualcos' altro; l'idea che esistano varie dimensioni possibili si riflette nelle varie dimensioni del disco, temporali e spaziali, con una negatività di base che porta comunque ad uno spiraglio di speranza, di cambiamento. L'idea dell' eterno ritorno dell'uguale, espressa nella medesima canzone, è la realtà con cui tutti dobbiamo fare i conti; tutto è ciclico.

Pequod come pezzo unico, come concept: mi sembra che i brani che compongono la vostra produzione siano inscindibili l'uno dall'altro. Come fate dal vivo, li suonate tutti di seguito?

Tutto il concept è nato come lo senti, per circa un anno abbiamo suonato tutti i pezzi nell'ordine del cd. Adesso li mischiamo, dando loro un'identità anche al di fuori del contesto del disco, e anche se in effetti il disco ha un suo “ordine” (la fine dell' l'ultimo brano infatti è l'inizio del primo); ora dal vivo li suoniamo senza una sequenza precisa.

Qual'è la ragione che vi ha spinto a negare la parola cantata?

Musica e parole spesso fanno a pugni, abbiamo deciso di lasciare il compito di esprimere quello che avevamo scritto e volevamo dire solo alla musica per evitare conflitti, anche se all'inizio non ci siamo posti più di tanto la questione: i pezzi sono venuti così e così li abbiamo tenuti, senza la necessità di aggiugerci una voce. A parte ne La stanza e l'orologio, dove più che una parte cantata è un parte raccontata, un testo letto, il disco non presenta parti cantate. Crediamo che le parole dopo un po' non diano più la “botta”, non riuscendo a trasmettere dopo diversi ascolti di uno stesso testo ciò che è l'idea di partenza, perdendo mordente.

Cosa vi aspettate da questo disco?

Quello che ci auguriamo adesso è uscire dalla cerchia genovese di amici e parenti, farci conoscere anche nel resto d'Italia, non tanto per un riscontro economico, ma più per una questione narcisistica! Abbiamo suonato anche dalle parti di Torino, Modena, Trento; uscire dalla nostra realtà ci è piaciuto e ci aspettiamo di continuare così.
Ci aspettiamo un evoluzione continua del nostro stile musicale, sempre componendo più con la pancia che con la testa, , magari verso la colonna sonora.. Il genere post rock è troppo cristallizzato, non sta andando avanti, è fermo sempre ai Grails o agli Explosions in the sky.

Genova... cos'avete da raccontarmi della sua vita musicale?

A Genova il fulcro del rock sono i circoli arci. Un gran locale poi è il Buridda, forse il migliore fra tutti. La scena musicale secondo noi è abbastanza statica per mancanza di voglia di “andare fuori”, di osare,di promuoversi. C'è una sorta di atteggiamento del tipo : “ venitemi a cercare voi in saletta”, aspettando. Conosciamo molti gruppi che pretendono tanto, ma non fanno nulla per ottenerlo.

A me sembra che I nomi che appaiono sulle locandine in giro siano sempre gli stessi...

C'è chi dice che c'è una mafia musicale. Noi vorremmo spezzare una lancia a favore di diversi gruppi criticati per questo. Per conoscere un gruppo devi andare ai concerti e parlarci, sbatterti, nessuno fa niente per niente, oltre al supporto e all'occasione che si ha per conoscersi e scambiarsi idee, si possono trovare nuovi contatti per nuove serate, nuove collaborazioni. Ma se aspetti che qualcuno ti venga a cercare...continui a suonare in saletta e basta!

Grazie Dresda!

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Myspace


Dresda + Splindeparì + Hipuforderai @ Nota Bene Live, 14/12/07
We are the Superfunkers
(autoproduzione, 2007)
Pequod
(Marsiglia Records, 2008)

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