Che dire dei Deep Purple:
il più grande gruppo hard rock della storia? Forse. Sicuramente uno dei più
influenti sulle generazioni successive. Quindi c’è poco da stupirsi che siano
una delle band rock più imitate, scimmiottate e coverizzate della storia. Tra
tutti questi emuli forse si è perso un pò il senso di quello che i Purple erano
(e probabilmente non sono più) e rappresentavano.
Gli Shades Of Light forse
hanno colto questo senso e questa anima che ormai manca anche agli originali e
in più punti del loro intenso show di venerdi 11 gennaio 2008 al Nota Bene
Live di Rapallo lo hanno dimostrato.
Ma veniamo alla fredda cronaca:
il quintetto genovese, non di primo pelo (sono nati nel 1994), hanno preso per
mano l’insolitamente freddo pubblico, bagnato dalla pioggia, e lo hanno
condotto in un climax di emozioni fino all’esplosivo finale.
Si parte come tradizione con Highway
Star (da Machine head, 1972): il tutto è preciso (assoli di chitarra e
tastiere compresi) e potente, ma manca qualcosa: l’emozione; sarà il clima,
sarà che i ragazzi si devono scaldare, ma l’inizio non è scoppiettante come la
canzone pretenderebbe.
Poi prima chicca: Into the
fire (In rock, 1970); e qui già le cose iniziano a cambiare, soprattutto
grazie alla compattezza del gruppo e alla prova del singer Attilio.
Come terza canzone hanno proposto un
classicone: Black night (singolo, 1970). Premetto che non sono un fan
dei classiconi: ascoltati troppe volte e troppe volte in esecuzioni senza
cuore. Quindi mi ha stupito che proprio in questa canzone gli Shades Of Light
abbiano carpito la mia stima, grazie ad una esecuzione sentita ed “alla
Purple”: ne sono dimostrazioni i continui duetti tra la sapiente chitarra di
Marco, la voce di Attilio e “Maestro” Andrea alle tastiere che si lanciano
anche ad improvvisare il tema principale di Jesus Christ Superstar
(ricordiamo infatti la celebre interpretazione che Ian Gillan, cantante dei
Deep Purple, fece nel 1970 dell’opera nella parte di Gesù). In questa canzone gli
Shades hanno dimostrato che sono qualcosa di più di un semplice tributo: hanno
il cuore irradiato di viola. E il pubblico se ne è accorto perché da questa
momento ogni canzone è stata seguita da un’ovazione dei presenti. E’ con la
musica e con il cuore che si conquista un pubblico e gli Shades sembra lo
sappiano fin troppo bene.
Lo show prosegue con Maybe I’m
a leo (sempre Machine head, 1972), ma è con il pezzo successivo che i
nostri dimostrano anche di avere gli attributi: osano suonare la monumentale Child
in time (In rock, 1970); giusto per farvi capire l’impresa: gli stessi
Deep Purple sono quasi venti anni che non la eseguono dal vivo perché neanche
Gillan, una delle migliori voci rock della storia, riesce più a cantarla bene.
Gli Shades tentando questa impresa e cadono in piedi. Quindi rispetto per il
coraggio e complimenti per il risultato, soprattutto al vocalist Attilio ed al
tastierista Andrea.
Si passa poi per Perfect
strangers (album omonimo, 1984), con il bassista Stefano sugli scudi, per
arrivare ad una canzone inusuale: Bad attitude (The house of blue
light, 1987); si prosegue con l’altro
classico Hush (dal primo disco Shades of deep purple, 1968).
Poi, a sorpresa, straordinaria
doppietta dell’epoca Mark III dei Deep Purple (quella con Coverdale e Hughes
per intenderci): la straripante Stormbringer (album omonimo, 1974)
seguita da Might just take your life (Burn, sempre 1974); e con questa
accoppiata mi hanno sinceramente estasiato. Questo è il mio periodo Purple
preferito, quello con il Blackmore più barocco e struggente e con le due voci
di Coverdale e Hughes che si alternavano in maniera perfetta. Anche qui gli
Shades reggono bene il confronto con gli originali.
Dopo una
breve pausa, si ricomincia con Lazy, con il
batterista Stefano che la fa da padrone; poi un breve ma sentito tributo ai Rainbow
di Mastro Ritchie Blackmore con Long live rock’n’roll (album omonimo,
1978), impreziosita da alcuni passaggi, sapientemente incastrati, di Burn (Burn,
1974).
Chiusura
con l’ovvia, scontata, e ormai troppe volte sentita Smoke on the water (sempre Machine head); nonostante mi fossi riproposto di non ascoltarla (mi ha
sinceramente stufato), sentito il riff iniziale non ho resistito a cantare a
squarciagola: ogni volta che l’ascolto mi dico che sarà l’ultima, ma tant’è….
In conclusione: grande serata,
pubblico contento, gruppo anche. Canzoni immortali alternate e chicche che
meriterebbero maggiore attenzione. Complimenti agli Shades Of Light che ci
hanno regalato queste emozioni e che, per un momento, ci hanno fatto rivivere
gli anni ‘70.
Scaletta
Highway
star
Into
the fire
Black
night (Incl. Jesus Christ Superstar)
Maybe
I’m a leo
Child
in time
Perfect
strangers
Bad
attitude
Hush
Stormbringer
Might
just take your life
Lazy
Long
live rock’n’roll (Incl. Burn)
Smoke
on the water