Shades Of Light

Nota Bene Live, evento del 11 Gennaio 2008

Shades Of Light
© www.shadesoflight.info

a cura di Alessandro Barbero
GENOVA, 13 Gennaio 2008
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Che dire dei Deep Purple: il più grande gruppo hard rock della storia? Forse. Sicuramente uno dei più influenti sulle generazioni successive. Quindi c’è poco da stupirsi che siano una delle band rock più imitate, scimmiottate e coverizzate della storia. Tra tutti questi emuli forse si è perso un pò il senso di quello che i Purple erano (e probabilmente non sono più) e rappresentavano.

Gli Shades Of Light forse hanno colto questo senso e questa anima che ormai manca anche agli originali e in più punti del loro intenso show di venerdi 11 gennaio 2008 al Nota Bene Live di Rapallo lo hanno dimostrato.  

Ma veniamo alla fredda cronaca: il quintetto genovese, non di primo pelo (sono nati nel 1994), hanno preso per mano l’insolitamente freddo pubblico, bagnato dalla pioggia, e lo hanno condotto in un climax di emozioni fino all’esplosivo finale.  

Si parte come tradizione con Highway Star (da Machine head, 1972): il tutto è preciso (assoli di chitarra e tastiere compresi) e potente, ma manca qualcosa: l’emozione; sarà il clima, sarà che i ragazzi si devono scaldare, ma l’inizio non è scoppiettante come la canzone pretenderebbe.  

Poi prima chicca: Into the fire (In rock, 1970); e qui già le cose iniziano a cambiare, soprattutto grazie alla compattezza del gruppo e alla prova del singer Attilio.  

Come terza canzone hanno proposto un classicone: Black night (singolo, 1970). Premetto che non sono un fan dei classiconi: ascoltati troppe volte e troppe volte in esecuzioni senza cuore. Quindi mi ha stupito che proprio in questa canzone gli Shades Of Light abbiano carpito la mia stima, grazie ad una esecuzione sentita ed “alla Purple”: ne sono dimostrazioni i continui duetti tra la sapiente chitarra di Marco, la voce di Attilio e “Maestro” Andrea alle tastiere che si lanciano anche ad improvvisare il tema principale di Jesus Christ Superstar (ricordiamo infatti la celebre interpretazione che Ian Gillan, cantante dei Deep Purple, fece nel 1970 dell’opera nella parte di Gesù). In questa canzone gli Shades hanno dimostrato che sono qualcosa di più di un semplice tributo: hanno il cuore irradiato di viola. E il pubblico se ne è accorto perché da questa momento ogni canzone è stata seguita da un’ovazione dei presenti. E’ con la musica e con il cuore che si conquista un pubblico e gli Shades sembra lo sappiano fin troppo bene.  

Lo show prosegue con Maybe I’m a leo (sempre Machine head, 1972), ma è con il pezzo successivo che i nostri dimostrano anche di avere gli attributi: osano suonare la monumentale Child in time (In rock, 1970); giusto per farvi capire l’impresa: gli stessi Deep Purple sono quasi venti anni che non la eseguono dal vivo perché neanche Gillan, una delle migliori voci rock della storia, riesce più a cantarla bene. Gli Shades tentando questa impresa e cadono in piedi. Quindi rispetto per il coraggio e complimenti per il risultato, soprattutto al vocalist Attilio ed al tastierista Andrea.  

Si passa poi per Perfect strangers (album omonimo, 1984), con il bassista Stefano sugli scudi, per arrivare ad una canzone inusuale: Bad attitude (The house of blue light, 1987); si prosegue con  l’altro classico Hush (dal primo disco Shades of deep purple, 1968).  

Poi, a sorpresa, straordinaria doppietta dell’epoca Mark III dei Deep Purple (quella con Coverdale e Hughes per intenderci): la straripante Stormbringer (album omonimo, 1974) seguita da Might just take your life (Burn, sempre 1974); e con questa accoppiata mi hanno sinceramente estasiato. Questo è il mio periodo Purple preferito, quello con il Blackmore più barocco e struggente e con le due voci di Coverdale e Hughes che si alternavano in maniera perfetta. Anche qui gli Shades reggono bene il confronto con gli originali.  

Dopo una breve pausa, si ricomincia con Lazy, con il batterista Stefano che la fa da padrone; poi un breve ma sentito tributo ai Rainbow di Mastro Ritchie Blackmore con Long live rock’n’roll (album omonimo, 1978), impreziosita da alcuni passaggi, sapientemente incastrati, di Burn (Burn, 1974).  

Chiusura con l’ovvia, scontata, e ormai troppe volte sentita Smoke on the water (sempre Machine head); nonostante mi fossi riproposto di non ascoltarla (mi ha sinceramente stufato), sentito il riff iniziale non ho resistito a cantare a squarciagola: ogni volta che l’ascolto mi dico che sarà l’ultima, ma tant’è….  

In conclusione: grande serata, pubblico contento, gruppo anche. Canzoni immortali alternate e chicche che meriterebbero maggiore attenzione. Complimenti agli Shades Of Light che ci hanno regalato queste emozioni e che, per un momento, ci hanno fatto rivivere gli anni ‘70.

Scaletta

Highway star
Into the fire
Black night (Incl. Jesus Christ Superstar)
Maybe I’m a leo
Child in time
Perfect strangers
Bad attitude
Hush
Stormbringer
Might just take your life
Lazy
Long live rock’n’roll (Incl. Burn)
Smoke on the water

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