
Proposta rock
spiccatamente settantiana quella dei Fungus, che con i loro 25grams condensati in cinque pezzi illustrano con dovizia di
particolari la fisionomia prettamente vintage della propria
Musa, sospesa tra rock chitarristico, caldo e valvolare, e robuste
tentazioni folk, acustiche e dal gusto celtico, irlandese.
Nomi come Wishbone Ash, Fairport Convention, Thin Lizzy, o
nell’underground quello dei The Lord Weird Slough Feg (di
cui i Fungus potrebbe essere versione più agreste, meno epica
e metallizzata) sono i paragoni che preferisco per il loro rock
onesto e concreto; rock che, complice il pur buon timbro del singer,
suona a tratti sporcato di grunge, di quello ahimé più
annacuqato e liminare al country-rock, latitando peraltro un
pò per personalità e capacità di sintesi.
Alquanto povera la pronunicia inglese e il vocabolario – e di
conseguenza tutto il dipartimento “lirico” – povertà che
comunque non inficia la resa generale del suond nell’ambito del
genere di musica proposto. Buono il feeling e l’interplay
complessivo tra gli strumentisti, con la chitarra in grande evidenza,
capace di fraseggi espressivi e di buon livello tecnico, forse non
propriamente ricercatissimi per scelta di note ma efficaci nel loro
gusto prettamente blues-rock. Meno laborlimate appaiono le strutture
dei pezzi, a tratti un po’ dispersive e mancanti dell’incisività
necessaria per catturare completamente l’attenzione, e con il
groove delle basslines a farne da spina dorsale – postiva,
quindi, la prova della sezione ritmica.
La ballata elettrica 25grams, che apre e titola il lavoro - divisa nettamente in due
parti, la prima più francamente folk-rock arricchita dal
timbro pieno di Dorian, la seconda a mò di coda in
disfacimento, più liquida e tesa - si apre in fade-in e
termina bruscamente con uno stop annunciato a sorpresa dal testo,
lasciando campo libero al rock a “tutto tondo” di Hang On Your
Lips.
Buon pezzo quest’ultimo, lanciato per metà sui
soliti binari di (hard) rock old-fashioned, tirato e grintoso,
con un break acustico di buon livello che reintroduce poi il tema
iniziale, con in mezzo un azzeccato e vitaminico assolo sulle
pentatoniche. Non propriamente originale la progressione armonica
della power ballad Eternal Mind, che recupera dall’ABC
dell’hard progressivo molto del suo sapore, per poi chiudere con
una certa pigrizia agreste inflitta a schitarrate che non riesce a
convincermi molto.
Piuttosto irritante poi la melodia di Holy
Father, cantata con una grazia abrasiva degna di Fogerty, ma
all’interno di un brano che, di vagamente interessante, ha soltanto
i bridge, non fosse per i vocalizzi alla Vedder che sembrano
messi lì apposta per appiattirli. Ottimo tiro invece nella
concusiva Logical Fish, grande groove di basso e bella
cantilena “maschia” nelle vocals del refrain, incisive e
di buon impatto: questo il pezzo che mi ha più francamente
ricordato i già citati Slough Feg. Ci si perde poi un po’
nella coda, dove la sensazione di incompletezza, da jam session,
regna sovrana, corroborata dalla scelta di chiudere pezzo e lavoro
con un poco rassicurante fade out, emozionalmente piatto.
Lavoro sufficientemente
interessante questo, che paga però a caro prezzo una certa
mancanza di incisività nella costruzione dei pezzi, e la
grossolanità di alcune partiture elettro-acustiche, in cui il
contesto musicale, ad eccezione della voce, appare privo sia di
grinta “rock” che della grazia del country o del folk. Va da sé
poi un certo immobilismo musicale che potrà parere ad alcuni
stantio e raffermo; e ci sarebbe da notare come, pur non perdendo per
questo la sua ragione d’essere, tale revival andrebbe forse
ravvivato con qualche idea più lucidamente iconoclasta.

rock, psichedelia

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