
Benché i piaceri di cui andremo
a parlare tra poco non siano del tutto da
scoprire, i Violet rappresentano una piacevole
eccezione nel panorama musicale genovese.
Il cuore dei quattro palpita infatti a ritmo delle
macabre danze emerse in quel di Manchester a cavallo tra gli anni '70 e '80.
I Joy Division fanno capolino in diversi momenti, ma sarebbe errato considerare
i Violet un gruppo-clone: le vette di questo lavoro coincidono con l'allontanamento
dai loro modelli ispiratori alla ricerca di un suono autentico. Vediamo nello specifico:
Painsong: L'ipotetico "singolo". Una leggerezza venata di malinconia che richiama i
Cure meno oscuri, un bel brano "pop" con un assolo lontanamente vicino allo stile di
Tom Verlaine (Television). Azzeccatissimo il duetto all'unisono fra la chitarra ed il
fischiettato del cantante verso la fine. A parte qualche incertezza nella metrica della
strofa ed una pronuncia da migliorare, un valido inizio.
Violence: Cambio di atmosfere in questa seconda traccia, sospesa fra il lato più tenebroso
dei Bauhaus - quelli di "Dare"- ed il rigore ritmico dei Killing Joke. Punto forte di questa
canzone l'efficace incastro percussivo e l'accurata scelta dei suoni. Non sarebbe stata
inopportuna una piccola digressione, ma visti i sopraccitati modelli, il crescendo dinamico
ad libitum con acuti del cantante completano in maniera egualmente soddisfacente questo
quadro di claustrofobica bellezza.
Last Blues: Brano strutturato in due parti: nella prima un gradevole intreccio delle due
chitarre sostiene una dotta citazione letteraria (Cesare Pavese). Nella seconda si avverte
un senso di smarrimento: una non perfetta coesione strumentale (specialmente negli stacchi),
unita probabilmente ad un momento di indecisione creativa, lasciano l'ascoltatore leggermente
interdetto. Da rivedere, benché gli spunti non manchino.
Av4: L'attacco richiama inequivocabilmente la band del compianto Ian Curtis. "I came from far
away..." ed ecco uno degli episodi più suggestivi del lotto. L'alternanza tra l'incipit del testo
ed una linea melodica essenziale è gradevole e adeguata. Completa il tutto un assolo accortamente sgraziato.
Morpheus: Nella quinta traccia le atmosfere si dilatano, eco lontane, atmosfere rarefatte, dove
il sogno lascia spazio alla mestizia. Un possibile accostamento agli Interpol nell'uso della voce,
avvilito mormorìo, e nella sobrietà delle chitarre.
Av3: Per l'epilogo la scelta cade su un brano decisamente ambizioso ed articolato: questa volta
però i quattro riescono nell'intento di fondere climi musicali eterogenei senza perdere
l'orientamento. Ad un inzio tenebroso con tanto di voci trattate ed segue una frazione più
movimentata in cui fa capolino un'insospettabile influenza alternative, in particolar modo
per quanto riguarda le parti di batteria. Nel terzo tratto si ritorna in territori più familiari
a Brunialti e soci: un suono di tastiera ed una chitarra elettrica ci traghettano al quarto segmento
in cui ai già citati strumenti si aggiungono poche note di chitarra acustica che permettono
all'elettrica di spostarsi sui registri alti, regalandoci un finale bizzarro, un sorriso
accennato dopo un viaggio nel lato oscuro delle sette note.

new wave

Sito ufficiale
Scheda su Genovatune

Nessun commento inserito
Inserisci un commento