Boda: Psicosi di un giorno qualunque

autoproduzione (2005)

Boda

a cura di Matteo Marsano
GENOVA, 24 Novembre 2006
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I Boda (Treviglia, BG), power trio di formazione relativamente recente (nel 2000, a leggere sul loro sito e "in uno scantinato umido e polveroso della bergamasca", così come vuole il cliché.), si propongono in questa sede con la loro seconda demo, assai propriamente titolata Psicosi di Un Giorno Qualunque, incisa lo scorso anno senza fronzolo alcuno e con grosso dispendio di rabbia, watt e sudore.

I ragazzi citano fra le proprie influenze soprattutto il grunge degli anni ’90, e sembra fin troppo difficile dar loro torto pensando a certe muse sgraziate d’oltreoceano (dai Mudhoney ai Verbena), qui ispiratrici ai limiti della trasparenza. Nonostante l’ovvietà della sua deriva, il sound di questo 6 tracce è sufficientemente compatto e corposo. La chitarra di Davide – anche al microfono – è tagliente, grezza e pesante, Albi pesta duro dietro le pelli, svolgendo il compito in maniera essenziale ma efficace, mentre il basso episodicamente distorto di Federica soffre di uno stile eccessivamente morbido e ‘femminile’, e finisce solo per dare voce alle frequenze più basse.

L’interpretazione insofferente e catartica di Davide alla voce, per quanto non disprezzabile, necessita di una messa a punto in quanto a controllo dell’emissione e controllo…del citazionismo, dacché non sono pochi i punti in cui sembra di sentire una copia del Manuel Agnelli più lamentoso e irascibile.. Nel complesso, comunque, il trio sembra avere buon feeling. E un malessere esplicito al quale dar voce. Fin troppo esplicito: il refrain di “Blu Onirico” – pezzo talmente nirvaniano che in coda c’è pure un assolo fradicio di Small Clone – consta della domanda: “Che cazzo ridi??”, sbaitata col livore di un bambino di 12 anni che è appena caduto dalla bicicletta sbucciandosi un ginocchio per sommo gaudio del compagno di classe più stronzo.

Poche le dinamiche e scarsi gli appigli per l’ascoltatore, oltre all’effimera gratificazione data dall’intensità dell’impatto sonoro. Minacciosa “Insetticida”, vicina ad un certo alternative-rock nervoso e violento, con almeno un paio di spunti interessanti (soprattuto la coda “circolare” e quella batteria minimale e tellurica). Se “Labirintite”, aperta da un riffone saturo che odora di stoner e “piscio territoriale” prosegue a bordate di Cobain fino ai 3 minuti e 3, “Nenia” è invece un’annoiata e permalosa filastrocca elettrica tipica dell’Agnelli più autoindulgente, che qui la band prova fin troppo ad imitare (e, dispiace dirlo, in brutta copia).

Si salvano, in mezzo al mare delle idee prese a prestito, l’opener “Hoveni”, il pezzo più melodico, con i Verdena a fare capolino nella strofa, e “Atto II”, piccola coda strumentale dagli echi post-hardcore, con le sue strutture circolari e gli ossessivi open chords della chitarra: niente male. Sarà un caso che è anche l’unico pezzo privo di parti vocali?

Ai Boda consigliamo di sviluppare una personalità più originale, magari bruciando qualche santino che siamo sicuri vegli sulla loro collezione di dischi. Le capacità e l’intesa ci sono, ora si tratta di esprimersi in maniera meno derivativa e più personale.

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grunge-alternative noise rock


1. Hovenia
2. Labirintite
3. Nenia
4. Blu onirico
5. Insetticida
6. Atto II


Sito ufficiale

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