
I Boda (Treviglia, BG), power trio di formazione relativamente
recente (nel 2000, a leggere sul loro sito e "in uno scantinato
umido e polveroso della bergamasca", così come vuole il
cliché.), si propongono in questa sede con la loro seconda
demo, assai propriamente titolata Psicosi di Un Giorno Qualunque,
incisa lo scorso anno senza fronzolo alcuno e con grosso dispendio di
rabbia, watt e sudore.
I ragazzi citano fra le proprie influenze
soprattutto il grunge degli anni ’90, e sembra fin troppo
difficile dar loro torto pensando a certe muse sgraziate
d’oltreoceano (dai Mudhoney ai Verbena), qui ispiratrici ai limiti
della trasparenza. Nonostante l’ovvietà della sua deriva, il
sound di questo 6 tracce è sufficientemente compatto e
corposo. La chitarra di Davide – anche al microfono – è
tagliente, grezza e pesante, Albi pesta duro dietro le pelli,
svolgendo il compito in maniera essenziale ma efficace, mentre il
basso episodicamente distorto di Federica soffre di uno stile
eccessivamente morbido e ‘femminile’, e finisce solo per dare
voce alle frequenze più basse.
L’interpretazione
insofferente e catartica di Davide alla voce, per quanto non
disprezzabile, necessita di una messa a punto in quanto a controllo
dell’emissione e controllo…del citazionismo, dacché non
sono pochi i punti in cui sembra di sentire una copia del Manuel
Agnelli più lamentoso e irascibile.. Nel complesso, comunque,
il trio sembra avere buon feeling. E un malessere esplicito al quale
dar voce.
Fin troppo esplicito: il refrain di “Blu
Onirico” – pezzo talmente nirvaniano che in coda c’è
pure un assolo fradicio di Small Clone – consta della domanda: “Che
cazzo ridi??”, sbaitata col livore di un bambino di 12 anni che
è appena caduto dalla bicicletta sbucciandosi un ginocchio per
sommo gaudio del compagno di classe più stronzo.
Poche le
dinamiche e scarsi gli appigli per l’ascoltatore, oltre
all’effimera gratificazione data dall’intensità
dell’impatto sonoro. Minacciosa “Insetticida”, vicina ad
un certo alternative-rock nervoso e violento, con almeno un paio di
spunti interessanti (soprattuto la coda “circolare” e quella
batteria minimale e tellurica). Se “Labirintite”, aperta
da un riffone saturo che odora di stoner e “piscio territoriale”
prosegue a bordate di Cobain fino ai 3 minuti e 3, “Nenia”
è invece un’annoiata e permalosa filastrocca elettrica
tipica dell’Agnelli più autoindulgente, che qui la band
prova fin troppo ad imitare (e, dispiace dirlo, in brutta
copia).
Si salvano, in mezzo al mare delle idee prese a prestito,
l’opener “Hoveni”, il pezzo più melodico, con i
Verdena a fare capolino nella strofa, e “Atto II”,
piccola coda strumentale dagli echi post-hardcore, con le sue
strutture circolari e gli ossessivi open chords della
chitarra: niente male. Sarà un caso che è anche l’unico
pezzo privo di parti vocali?
Ai Boda consigliamo di sviluppare una personalità
più originale, magari bruciando qualche santino che siamo
sicuri vegli sulla loro collezione di dischi. Le capacità e
l’intesa ci sono, ora si tratta di esprimersi in maniera meno
derivativa e più personale.

grunge-alternative noise rock

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